TL;DR
- Nel 2026 un font moderno non è quello più scaricato: è quello coerente con la tua identità e leggibile ovunque, dallo schermo del telefono all'insegna.
- I trend tipografici dell'anno vanno dai sans-serif dai bordi morbidi ai serif espressivi, dal massimalismo all'imperfezione disegnata a mano, ma ognuno parla a un tipo di brand diverso.
- L'AI ha trasformato il modo di creare i font, eppure il vero trend è opposto: i caratteri generati senza una mano umana che li cura stanno già stancando.
- I font variabili (un unico file che contiene tutti i pesi e le larghezze) sono ormai uno standard: alleggeriscono il sito e migliorano la velocità, quindi anche la SEO.
- La domanda giusta non è "qual è il font più moderno", ma "qual è il font giusto per me e quanto reggerà nel tempo".
Qualche mese fa un imprenditore è venuto in studio fiero del restyling del suo marchio. Logo nuovo, palette aggiornata, biglietto da visita con una carta che faceva la sua figura. Poi ha aperto il sito sul telefono e il testo era impaginato con un font preso al volo da un marketplace, scelto perché "andava di moda". Bello da fermo, illeggibile in movimento, identico a quello di altri tremila brand. In quel dettaglio, i font moderni scelti per ultimi, quasi per caso, si era persa metà del lavoro fatto sull'identità.
Capita più spesso di quanto pensi. La tipografia è la parte della brand identity che tutti vedono e quasi nessuno decide con attenzione. Eppure i font non sono un vezzo da designer: sono il tono di voce visivo del tuo brand, quello che fa percepire un'azienda come affidabile o improvvisata prima ancora che il lettore abbia capito cosa vendi.
Questa guida è per chi guida un'azienda o ne segue la comunicazione, non per addetti ai lavori. Niente gergo da agenzia: trend tipografici del 2026 spiegati con calma, con un'idea chiara di quali parlano al tuo settore e quali rischiano di invecchiare male. E soprattutto, come usarli senza buttare via la coerenza che ti sei costruito.
Cosa rende un font "moderno" nel 2026?
Un font è moderno quando comunica il presente del tuo brand restando leggibile su ogni schermo, non quando è il più recente o il più cliccato. La modernità tipografica è una questione di pertinenza e di tenuta nel tempo, non di novità.
Siamo trasparenti su un punto, perché è la base di tutto il resto: un font di tendenza oggi può diventare un piccolo imbarazzo tra diciotto mesi. Le mode tipografiche corrono più veloci dei loghi. Il carattere che vedi ovunque adesso (sui manifesti, nelle storie, nei caroselli), proprio perché lo vedi ovunque smetterà presto di sembrare distintivo e inizierà a sembrare "quella cosa del 2026". Il font di moda di oggi è spesso il cliché di domani.
Per questo, quando parliamo di font contemporanei, la domanda utile non è qual è il più nuovo, ma quanto durerà e quanto somiglia a me. Un font accattivante non è automaticamente un font moderno: lo diventa solo se regge nel tempo e resta leggibile. Un buon carattere fa tre cose insieme:
- Funziona dove vive il tuo brand. Sul telefono prima che sulla brochure. Se le grazie (i piccoli allunghi alle estremità delle lettere, i serif) spariscono a 14 pixel su uno schermo, quel font non è moderno: è solo bello in un mockup.
- Dice qualcosa di te. Un carattere geometrico e freddo e uno disegnato a mano raccontano due aziende diverse, anche con le stesse identiche parole.
- Resta leggibile a chiunque. Compreso chi ha difficoltà visive. Nel 2026 l'accessibilità non è un optional: il contrasto WCAG (lo standard internazionale del W3C che misura quanto un testo è leggibile rispetto allo sfondo) è il primo filtro, prima ancora dell'estetica.
Tieni questo metro mentre leggi i trend che seguono. Nessuno di questi font è "giusto" in assoluto. Sono giusti per qualcuno.
I trend di font del 2026: la lista
I trend font del 2026 si muovono su due binari opposti: da un lato la morbidezza e l'umanità (bordi arrotondati, tratti a mano), dall'altro l'energia e l'eccesso (massimalismo, distorsione). In mezzo, i grandi classici che non passano mai di moda ma vanno usati con intenzione.
Ecco i font e gli stili di tendenza nel 2026, con l'indicazione del tipo di brand a cui parlano davvero. Leggili come una mappa, non come una lista della spesa.
- Sans-serif dai bordi morbidi (soft/rounded sans). I caratteri lineari (senza grazie) con angoli e terminali arrotondati. Trasmettono apertura, empatia, un'idea di tecnologia "a misura d'uomo". A chi parla: servizi, salute, software gestionali che vogliono smussare la freddezza, brand B2B che cercano un volto più accessibile. (fonte: VistaPrint, 2026)
- Serif espressivi e "pharma serif". I serif tornano protagonisti, ma in due direzioni: quella calda ed editoriale e quella pulita, quasi clinica, da laboratorio: serif eleganti uniti a dettagli da carattere monospazio e a layout a griglia. A chi parla: consulenza, finanza, sanità, cosmeceutica, luxury sobrio. Il serif comunica autorevolezza e storia senza dire una parola. (fonte: VistaPrint, 2026)
- Massimalismo tipografico (typographic maximalism). Lettere giganti, impilate, ruotate: il testo smette di accompagnare l'immagine e diventa lui stesso l'immagine. A chi parla: eventi, editoria, fashion, brand che hanno il coraggio di mettere la parola al centro. Da maneggiare con cura nel B2B, dove la sobrietà spesso vince. (fonte: Fontfabric, 2026)
- Display distorti ed espressivi (expressive distortion). Caratteri deformati, allungati, asimmetrici, pensati per rompere le regole e trasmettere un'energia ribelle. Sono i font accattivanti per eccellenza: catturano lo sguardo, ma vanno dosati. A chi parla: musica, streetwear, beverage, brand giovani che vendono identità prima del prodotto. (fonte: Svyazi Creative Agency, 2026)
- Imperfezione strategica (hand-drawn / "perfectly imperfect"). Lettere tracciate a mano, forme volutamente ingenue, segno umano e imperfetto. Non è nostalgia: è una presa di posizione contro l'omologazione dei contenuti generati a macchina. A chi parla: artigianato, food, cosmesi naturale, brand che rivendicano il fatto a mano. (fonte: Fontfabric, 2026)
- Retro-futurismo e nostalgia anni '90. Geometrie angolari che citano il primo boom digitale, mescolate a interfacce contemporanee. A chi parla: gaming, tech, brand diretti al consumatore (DTC) che parlano a un pubblico cresciuto in quegli anni. (fonte: Svyazi Creative Agency, 2026)
- Texture e mezzitoni (halftone blur). Puntinature oversize, trame pixelate, sfocature: una tipografia materica, retro-digitale, volutamente imperfetta. A chi parla: musica, editoria indipendente, packaging che cerca "ruvidità" e carattere. (fonte: VistaPrint, 2026)
- Tipografia cross-culturale (multiscript). Sistemi che convivono in più alfabeti e lingue, unendo calligrafia locale e struttura geometrica occidentale. A chi parla: aziende che esportano, brand internazionali, realtà B2B con clienti in più Paesi. (fonte: VistaPrint, 2026)
- Grotesque neo-svizzero (l'eredità Helvetica). Il sans-serif pulito e neutro non muore mai: la versione Helvetica Now Variable, per esempio, ha riportato il classico nell'era dei font variabili. Resta una scelta solida, ma proprio perché la usano tutti va personalizzata con intenzione (spaziatura, peso, dettagli) per non sparire nell'anonimato. A chi parla: praticamente chiunque, con l'avvertenza qui sopra.
- Font variabili. Più che uno stile, è una tecnologia che sta ridisegnando il modo di usare i font, e nel 2026 è diventata uno standard. Merita un discorso a parte: lo trovi più sotto.
Nota pratica: questa non è una gara a metterli tutti. La maggior parte dei brand lavora bene con due font (uno per i titoli, uno per il testo), scelti da famiglie diverse ma in dialogo tra loro. Tre è già il massimo. Oltre, è disordine che il lettore percepisce anche senza saperlo nominare.
Non sai da che famiglia partire per il tuo brand? È esattamente la prima domanda che ci facciamo quando progettiamo l'identità visiva di un'azienda.
Quali font sono ormai datati nel 2026?
Sì: nel 2026 risultano datati il sans-serif generico ultra-pulito, il minimalismo piatto, l'ornamento gratuito e i font generati dall'AI senza curatela. Non sono "vietati", ma se il tuo brand vuole sembrare attuale è bene riconoscerli.
- Il sans-serif generico ultra-pulito. Lineare, senza contrasto, senza un dettaglio che lo distingua: per anni è stato la scelta "sicura", oggi rischia di suonare monotono e impersonale. (fonte: VistaPrint, 2026) Attenzione però: nelle interfacce software e nelle applicazioni tecniche resta diffusissimo per ragioni di leggibilità, e lì ha ancora senso. Datato nel branding, vivo nell'utility.
- Il minimalismo piatto e sterile. Composizioni tutte uguali, prive di personalità, che a forza di togliere hanno tolto anche il carattere. (fonte: It's Nice That, 2026)
- L'ornamento gratuito. Decorazioni complicate applicate senza una vera gerarchia, che complicano la lettura senza aggiungere significato. (fonte: Infographics Designers, 2026)
- I font generati dall'AI senza curatela. Su questo vale la pena fermarsi un momento.
L'AI sta cambiando la tipografia: opportunità o scorciatoia?
Sì, l'AI ha cambiato il modo di creare e scegliere i font, ma il vero trend del 2026 non è "il font fatto dall'AI". È l'esatto contrario: i caratteri generati a macchina senza una mano umana che li cura stanno già stancando il pubblico, percepiti come ripetitivi e senza anima. (fonte: Canva, 2026)
È una distinzione che pesa, e qui preferiamo essere diretti. C'è una differenza enorme tra usare l'AI come strumento e delegare all'AI il gusto. Gli strumenti, nel 2026, sono notevoli:
- Generatori di font da testo. Piattaforme come Creative Fabrica permettono di generare intere famiglie di caratteri partendo da una descrizione ("un carattere futuristico, in grassetto") ed esportarle come file utilizzabili. (fonte: Creative Fabrica, 2024-2025)
- Lettering dentro le immagini. Strumenti come Ideogram o Recraft generano scritte e testi artistici dentro immagini pubblicitarie e packaging, e con Recraft puoi caricare i font proprietari del tuo brand per tenere tutto coerente. (fonte: Recraft, 2024-2025)
- Ricerca e abbinamento intelligente. Monotype ha introdotto una ricerca in linguaggio naturale tra oltre 250.000 font, e l'integrazione con ChatGPT permette di cercare e licenziare caratteri direttamente nel flusso di lavoro. (fonte: Monotype, 2026) Strumenti come Fontjoy, invece, suggeriscono abbinamenti tra caratteri analizzandone spessore e contrasto.
- Effetti tipografici sicuri sul piano legale. Adobe Firefly genera texture e stili tridimensionali su testo modificabile, addestrato su materiali autorizzati: un dettaglio non da poco per un brand che non vuole grane di diritti. (fonte: Adobe, 2025-2026)
Noi stessi, in Trasparenze ADV, usiamo l'AI come assistente nel lavoro quotidiano: ChatGPT per le bozze, Midjourney e Firefly sul fronte visivo. Ma con una regola che non cambia: l'AI propone, la persona decide. Un font è una scelta di identità, e l'identità non si delega a un algoritmo che non sa nulla della tua storia, dei tuoi clienti, del settore in cui ti muovi.
Tradotto per il tuo business: l'AI ti fa risparmiare tempo sulle varianti e sulle prove, non sul giudizio. Se la usi per arrivare prima a "un font qualsiasi che funziona", otterrai esattamente quel font anonimo che il pubblico ha già imparato a riconoscere e a ignorare. Se la usi per esplorare più strade e poi scegliere con criterio, è una leva straordinaria. La differenza, ancora una volta, sei tu.
C'è poi un uso dell'AI che guarda avanti e che vale la pena nominare: la personalizzazione dinamica della tipografia, in cui le proprietà di un carattere si adattano in tempo reale al contesto (la luce ambientale, le esigenze di accessibilità di chi legge). Per ora è sperimentale (fonte: Desinance / Artiveko, 2025-2026), ma indica la direzione. E si appoggia sulla tecnologia di cui parliamo adesso.
Cosa sono i font variabili e perché contano (anche per la SEO)
Un font variabile è un unico file che contiene tutte le varianti di un carattere (tutti i pesi, le larghezze, le inclinazioni) invece di un file separato per ogni stile. Nel 2026 è uno standard supportato da quasi il 100% dei browser moderni (fonte: caniuse.com, 2026).
Spiegato senza tecnicismi: prima, per usare un carattere in regular, bold, light e nelle versioni strette o larghe, dovevi caricare cinque, sei, dieci file diversi. Un font variabile mette tutto in uno. Sembra un dettaglio da designer, ma le conseguenze sono molto concrete per chi ha un'azienda.
Pesa molto meno. Consolidare tutto in un file riduce il peso dei caratteri dal 30% al 50%, con casi reali che arrivano al 74%: da 412 KB a 108 KB. (fonte: Monotype / dot2shape, 2025-2026) Su scala, parliamo di cifre concrete: una piattaforma di streaming sportivo, passando da 10 font statici a 3 variabili, ha risparmiato circa 2 terabyte di traffico dati al mese. (fonte: Monotype, 2025-2026)
Carica più in fretta, e Google se ne accorge. Meno file da scaricare significa una pagina che si mostra prima. Questo migliora i Core Web Vitals (le metriche con cui Google misura la qualità dell'esperienza su una pagina: velocità di caricamento e stabilità visiva), che sono un fattore di posizionamento. Tradotto: la scelta del font, che sembra solo una questione estetica, tocca direttamente la SEO e la velocità del tuo sito. (fonte: askseocoach.com, 2025-2026) Se vuoi capire quanto la velocità incide sul posizionamento, è un tema che approfondiamo nel nostro lavoro sulla SEO tecnica.
Si adatta, lettera per lettera. Con un font variabile il testo può cambiare spessore o larghezza in modo fluido a seconda dello schermo o dell'interazione, senza ricaricare nulla. È la base tecnica della tipografia che "respira" mentre scorri una pagina.
Non è teoria da agenzia: lo usano brand B2B di peso. GitHub ha creato due font variabili open-source (Mona Sans e Hubot Sans) per scalare l'interfaccia e i materiali di marketing. (fonte: GitHub, 2025-2026) IBM usa la versione variabile del suo carattere istituzionale (IBM Plex Sans Variable) per restare coerente su decine di prodotti. Persino un colosso farmaceutico come Boehringer Ingelheim ha sviluppato un font variabile proprietario, pensato per restare leggibile sia su un'etichetta medica minuscola sia su un grande schermo. (fonte: Monotype, 2025-2026)
Se gestisci un brand con un sito che conta (e nel B2B conta quasi sempre), i font variabili sono la scelta tecnica di default nel 2026. Non un vezzo: un risparmio di peso, di tempo di caricamento e di mal di testa.
Come usare i webfont senza rallentare il sito
Un webfont (il font caricato direttamente dal tuo sito, invece di affidarsi ai caratteri già installati sul dispositivo di chi naviga) rallenta la pagina solo se lo gestisci male. Le regole per evitarlo sono poche, e qualsiasi sviluppatore serio le conosce: caricare solo i pesi che usi davvero, usare font-display: swap, fare il preload del carattere principale e valutare di ospitare il font sul tuo server.
Vale la pena capirle anche se non scriverai mai una riga di codice, perché sono decisioni che ti riguardano, e perché si legano dritte al discorso sui font variabili e sui Core Web Vitals.
Carica solo i pesi che ti servono. Una famiglia di font può avere dieci pesi diversi, dal sottile al nero. Se ne usi due (testo e grassetto), caricarli tutti è peso morto che il visitatore scarica per niente. Qui un font variabile aiuta, ma il principio vale sempre: meno carichi, prima la pagina è pronta.
Mostra subito il testo con font-display: swap. Senza questa impostazione, il browser può lasciare il testo invisibile per un istante mentre scarica il font (il fenomeno che i tecnici chiamano FOIT, flash of invisible text). La regola font-display: swap dice al browser di mostrare subito il testo con un carattere di sistema e di sostituirlo appena il tuo font è pronto. Tradotto: il lettore legge immediatamente, e Google non ti penalizza per un testo che tarda a comparire.
Fai il preload del font dei titoli. Segnalare al browser di scaricare in anticipo il carattere più importante (di solito quello dei titoli, la prima cosa che si vede) riduce lo scatto in cui il testo cambia aspetto sotto gli occhi del lettore, quello che peggiora il CLS (la metrica di stabilità visiva dei Core Web Vitals).
Valuta di ospitare i font sul tuo server. Tirare i font da un servizio esterno come Google Fonts è comodo, ma il self-hosting (ospitare il file del font sul tuo dominio) è spesso più veloce e più pulito sul piano della privacy: caricare i Google Fonts dal CDN di Google trasmette l'indirizzo IP del visitatore ai server di Google, e sul punto è intervenuta anche una nota sentenza tedesca del 2022 in materia di GDPR. Per un'azienda B2B europea che tiene ai dati dei propri utenti, è un dettaglio di trasparenza che conviene mettere in conto.
Nessuna di queste mosse è esotica: è igiene di base. Ma è esattamente il tipo di igiene che salta quando il font viene scelto per ultimo e "buttato" sul sito senza che nessuno guardi cosa fa al caricamento.
Motion typography: quando il testo si muove
La motion typography (o kinetic type) è la tipografia in movimento: lettere e parole animate, che entrano, si trasformano, reagiscono. Nel 2026 è uno dei linguaggi più forti per il web, i social e i video, ma è anche quello dove si fanno più danni se manca un criterio.
Partiamo dall'uso che funziona davvero. Sui social (Reels, TikTok, Shorts) i primi secondi decidono tutto, e spesso il video parte senza audio. Una scritta che rimbalza, si espande o cambia colore a tempo nei primi istanti è quello che ferma il pollice di chi scorre e fa arrivare il messaggio anche in silenzio. (fonte: Brandcloud, 2026) È il motivo per cui i sottotitoli dinamici sono ormai la norma e non un lusso.
Sul sito, il movimento del testo si fa in modo intelligente con librerie tecniche leggere (GSAP, Motion) che animano direttamente le lettere invece di appesantire la pagina con video o GIF. (fonte: CSS Author, 2026) È un dettaglio che il tuo sviluppatore conosce, ma che ti riguarda: il movimento ben fatto non rallenta il sito, quello fatto male sì.
C'è poi un'idea più ambiziosa, la motion-first brand identity: progettare l'identità pensando il movimento fin dall'inizio, non aggiungerlo dopo. (fonte: Three Rooms, 2026) La tua "voce visiva" si esprime con la stessa energia su un'app, sul sito e su un cartellone digitale. Per un brand che vive molto di video e social, è una direzione seria.
Adesso la parte scomoda, perché è giusto dirla. Il movimento non è gratis e non è per tutti. Va usato con due cautele:
- Accessibilità. Una parte del pubblico soffre le animazioni o ha impostato il dispositivo per ridurle (l'opzione prefers-reduced-motion). Un'animazione fatta bene rispetta quella scelta e si disattiva da sola. Ignorarla significa escludere persone e, di nuovo, peggiorare l'accessibilità del sito.
- Senso. Il testo che si muove deve aiutare a capire o a ricordare, non solo a stupire. Se un imprenditore B2B che vende componentistica industriale anima ogni titolo del sito, comunica nervosismo, non innovazione. A volte la cosa più moderna è la quiete.
Come scegliere il font giusto per il tuo brand
Non esiste il font più moderno in assoluto. Esiste quello giusto per te, ed è il risultato di poche domande oneste, non di una ricerca su un marketplace ordinata per popolarità.
Prima di tutto, disinneschiamo un'aspettativa: cambiare font non è fare rebranding, e nessun carattere salverà un brand confuso. La tipografia amplifica un'identità che esiste; non la crea dal nulla. Se non hai chiaro chi sei e a chi parli, il font più bello del mondo non colmerà quel vuoto. Se a questo punto ti accorgi che il problema è più a monte, parti da lì: cos'è e perché serve una brand identity.
Chiarito questo, ecco le domande che ci poniamo all'inizio di ogni progetto. Puoi fartele anche tu.
Chi sei e con che tono parli? Un carattere ha una personalità prima ancora di scrivere una parola. Serio o caldo, tecnico o artigianale, istituzionale o ribelle. Il font deve essere coerente con il tono di voce del resto della comunicazione: se il tuo testo è diretto e umano, un serif rigido lo tradisce.
Dove vivrà, davvero? Qui si segmenta, perché la risposta cambia tutto:
- Se vendi B2B con cicli lunghi (industria, servizi, componentistica), il tuo font vivrà soprattutto in documenti, presentazioni, sito, email. Priorità assoluta: leggibilità su schermo e nei PDF, sobrietà, un carattere che non stanca su testi lunghi. Il "wow" conta meno della chiarezza.
- Se hai un brand diretto al consumatore (beauty, food, e-commerce), il font vive su packaging, social, schermi piccoli e contesti emotivi. Qui un display espressivo per i titoli può fare la differenza, purché abbinato a un carattere da testo solido e leggibile.
Resisterà nel tempo? Mettiti davanti il font scelto e immagina di vederlo tra tre anni, su tutto. Se la risposta è "sembrerà datato", probabilmente stai seguendo una moda, non costruendo un'identità. Un font di brand non si cambia ogni stagione: deve avere abbastanza personalità da distinguerti e abbastanza sobrietà da non stancare.
È leggibile da chiunque, anche da chi fatica? Contrasto, dimensioni, spaziatura. Un font che esclude chi ha difficoltà visive non è raffinato, è solo escludente, e oggi anche un problema di conformità.
Un'ultima nota tecnica che fa risparmiare errori. Quando valuti un font, guarda due cose che si notano solo da vicino: i glifi (ogni singolo segno del carattere: lettere, numeri, simboli) nelle lingue che ti servono, perché un font bellissimo senza le lettere accentate italiane è inutilizzabile; e le legature (due lettere fuse in un unico segno, come fi o fl), che su titoli grandi fanno la differenza tra un'impaginazione curata e una sciatta.
A fare la differenza, alla fine, non è il font in sé. Sono la coerenza con cui lo usi, la disciplina nel non tradirlo alla prima tentazione, la chiarezza di chi sei. Lo strumento è una parte. Il resto dipende da te, e da chi ti aiuta a tenere insieme il quadro.
Come abbinare due font: il font pairing
Il principio del font pairing (l'abbinamento tra due caratteri diversi nello stesso progetto) è il contrasto con coerenza: scegli font abbastanza diversi da distinguersi a colpo d'occhio, ma con qualcosa in comune che li tiene insieme. Due font, nella stragrande maggioranza dei casi, bastano: uno per i titoli, uno per il testo.
L'errore più frequente non è scegliere due font brutti. È sceglierne due che si somigliano troppo (così simili che sembrano una svista di impaginazione, non una scelta) oppure due che non c'entrano nulla l'uno con l'altro, e allora la pagina diventa rumore. In mezzo c'è la zona giusta: diversi ma parenti.
Tre strade collaudate per non sbagliare:
- Serif per i titoli, sans per il testo (o viceversa). Il classico che funziona quasi sempre: il contrasto tra le grazie e le linee pulite crea gerarchia senza stonare. Un serif autorevole in testa, un sans leggibile nel corpo, ed è fatta.
- Una sola famiglia che contiene tutto. Diverse famiglie moderne (le cosiddette superfamily) includono già la versione serif e quella sans dello stesso carattere, disegnate per stare insieme. È la scelta più sicura se hai dubbi: il lavoro di abbinamento l'ha già fatto chi ha disegnato il font.
- Due sans con personalità diverse. Possibile, ma è la strada più difficile: serve un occhio allenato a sentire la differenza di carattere, altrimenti si ricade nel "troppo simili".
La regola sotto tutte le regole è la gerarchia. L'abbinamento non serve a decorare: serve a guidare l'occhio del lettore, prima il titolo, poi il sottotitolo, poi il testo, poi la didascalia. Se i due font non costruiscono questa scala, è solo estetica fine a sé stessa.
Strumenti come Fontjoy aiutano a esplorare abbinamenti analizzando spessore e contrasto dei caratteri (fonte: Fontjoy, 2023-2025), e sono un buon punto di partenza per farsi un'idea. Ma vale la stessa regola dell'AI: la macchina propone combinazioni plausibili, la coerenza con il tuo brand la valuti tu. Un abbinamento "tecnicamente corretto" che non somiglia alla tua azienda resta l'abbinamento sbagliato.
Scegliere la tipografia non è un dettaglio: parliamone
Torniamo all'imprenditore dell'inizio, quello con il marchio nuovo e il font preso al volo. Il punto non era che avesse scelto un carattere brutto. Il punto era che lo aveva scelto per ultimo, come una decorazione, quando invece la tipografia è una delle prime cose che il tuo cliente percepisce e una delle ultime che dimentica.
La prossima decisione che hai davanti, se stai lavorando alla tua identità, è proprio questa: il font che usi oggi racconta chi sei o lo hai scelto perché "andava di moda"? È una domanda che vale un confronto, non un acquisto d'impulso su un marketplace.
In Trasparenze ADV la tipografia è parte integrante di come costruiamo l'identità di un brand: la scegliamo a partire da chi sei, da chi sono i tuoi clienti e da dove vivrà davvero il tuo marchio, non da quale font è di tendenza questo mese. Se vuoi capire quale direzione ha senso per te, scrivici per una chiacchierata: partiamo sempre da lì.


